2 giorni, 3 stati e 1613 km

Quello negli Usa è stato il nostro primo viaggio intercontinentale itinerante e, complice forse l’inesperienza, i consigli sbagliati e il troppo poco tempo, non abbiamo gestito nel modo migliore la visita ai grandi parchi.  Ci siamo ritrovate, infatti, con una prenotazione per due notti a Las Vegas, una notte a Grand Canyon Village e la convinzione di riuscire a vedere tutto quello che avremmo voluto. SBAGLIATO!

   COSA NON FARE MAI PRIMA DI PARTIRE PER UN VIAGGIO ITINERANTE

1. Credere al primo impiegato di un’agenzia. Anche se non sei un travel organizer particolarmente  ferrato, ricordati che una tua ricerca personale, se attenta e curata, sarà molto più efficace della proposta arbitraria che potrebbe farti un’agenzia. Non che tu debba escludere a priori il suo aiuto (in alcuni casi potrebbe anche rivelarsi un buon alleato), ma UN ITINERARIO VA PERSONALIZZATO fino allo sfinimento ed è difficile che i due/tre punti d’interesse che ti consiglierà a sentimento un impiegato, si rivelino sempre le tappe più strategiche del tuo tour. Le prime volte abbiamo commesso l’errore di credere che chi vendeva viaggi dovesse per forza saperne più di noi. Con il tempo e qualche disavventura, abbiamo invece imparato che nell’era degli internettologi l’apparenza inganna più del dovuto.

2. Prenotare gli alloggi senza aver deciso cosa vedere e come farlo. Non puoi, come noi, prenotare per partito preso una sola notte al Grand Canyon e scoprire dopo averlo fatto che, una volta lì, potresti  dare un’occhiata anche al Glen Canyon, alla Momument Valley e ad altre mille cose ancora. Con reportage, guide e Google Maps alla mano, scegli bene cosa visitare e in quanto tempo. CALCOLA LE DISTANTE, se sono realmente sostenibili, e solo dopo decidi dove ti risulta più comodo sostare.

Premesso che la visita ai parchi nazionali d’America richiederebbe un viaggio a sé, organizzando un più generico Coast to Coast di 15/20 giorni non è sbagliato includerne qualcuno, ma è importante fare scelte ponderate e conoscerne i limiti. Noi abbiamo optato per questo azzardo e solo in fase di studio itinerario pre-partenza, a prenotazioni già ultimate, abbiamo realizzato quanto certe decisioni fossero state prese assolutamente in modo sconclusionato. Non essendo però famose per il ritmo di marcia soft delle nostre vacanze, abbiamo tentato il tutto per il tutto e, con il vincolo della partenza e del ritorno su Las Vegas (da cui sarebbe decollato il nostro prossimo volo per San Francisco), abbiamo comunque cercato di vedere l’impossibile.

Il risultato?
In DUE GIORNI abbiamo attraversato TRE STATI – Nevada, Arizona e Utha – e percorso 1613 KM.
Per la serie: “Da non ripetere a casa!”

MA ALLA FINE, COM’É ANDATA?

Alla fine è andata bene. Molto bene. Il viaggio in auto, neanche a dirlo, è stato stremante ma, ad ogni tappa, la meta ha sempre ripagato il sacrificio del tragitto. Quando si pensa agli Stati Uniti, vengono subito alla mente i grattacieli di New York o il lifestyle della California, eppure ciò che più ci ha sorpreso è stata la maestosità del paesaggio. Una natura sconfinata, potente, e così eterogenea. E’ un felice paradosso scoprire che non troppo lontano da Las Vegas, la quintessenza dell’artificialità, si possano trovare luoghi dove l’uomo è solo una formica in un pagliaio. Lì, per fortuna, non è lui a dettare le regole, ma è ancora LEI a farlo.

IL NOSTRO TOUR DE FORCE

  • LAS VEGAS

Provenienti da New York, arriviamo a Las Vegas per cena. Dal finestrino dell’aereo il buio totale del deserto e poi, all’improvviso, la sua esplosione di luci. Las Vegas è il troppo in mezzo al nulla. Un immenso parco divertimenti che per secondo lavoro fa la città. La storica espressione “sesso, droga e rock’n’roll” le calza a pennello.  Già in aeroporto un mare di slot machine: la tentazione del peccato si respira ad ogni angolo. Qui la normalità non è contemplata. Gli hotel sono strutture folli e, fra settimana, hanno perfino prezzi convenienti. La prima notte finiamo in antico Egitto, dormendo in una vera e propria piramide, presso il Luxor; la seconda, invece, tocchiamo le stelle con un dito, alloggiando allo Stratophere, quello famoso per la sua torre altissima con in cima un luna park. Il cuore di Las Vegas è fondamentalmente una strada, la Strip, attorno alla quale sfilano alberghi da mille e una notte. Complessi immensi, incentrarti su un preciso tema, che sono l’esatta riproduzione di città europee o la rappresentazione perfetta di epoche passate. Al Paris non mancano la Torre Eiffel e l’Arco di Trionfo; il Caesars Palace si proietta nella Roma imperiale; il Venetian ha le gondole che navigano lungo i canali attorno al campanile di San Marco; il Bellagio emoziona i turisti con lo spettacolo delle sue fontane danzanti. Piccolo particolare, quello più caratteristico, ognuno di questi hotel è prima tutto un casinò megagalattico. Las Vegas è uno di quei posti che fa piacere dire di aver visto una volta nella vita, ma la seconda puoi rimandarla senza troppo dispiacere. Ti acceca per il suo eccesso ma, quando lo stupore per l’assurdo svanisce, non resta tanto, se non l’amarezza per il potere di Dio denaro. E’ una città che non puoi dire non essere bella…in fondo lo è, anche se è bella senz’anima!

  • HORSESHOES BEND at GLEN CANYON

Il risveglio a Las Vegas inizia con la super colazione del Luxor. Dopo quella ci mettiamo in auto, direzione Page. Il tragitto è interminabile ma suggestivo. Lasciamo il Nevada ed entriamo in Arizona. Le macchine diminuiscono e il deserto si fa sempre più remoto. Questa terra ti conquista: è desolata ma così calda e misteriosa. Dopo quattro ore di paesaggi sconfinati sull’ Highway 89, l’impressionante diga dalla Glen Canyon Dam ci da il benvenuto a Page, un piccolo centro urbano con un patrimonio naturalistico fuori dal comune. Raggiungiamo l’Horseshoes Bend, uno spettacolare meandro del fiume Colorado, che sembra essere uscito da un set cinematografico. Quando arriviamo, le rocce rosse sono infuocate dal sole ormai pronto per tramontare. Un improvviso strapiombo lascia spazio alla vista di un’immaginario ferro di cavallo: un panorama mozzafiato, di norma un pò disdegnato dalle guide che organizzano le visite verso l’Antelope Canyon, ma assolutamente da non perdere! Concludiamo in bellezza la giornata cenando da Big John’s Texas BBQ, una tappa obbligatoria se si è a Page. Un secchio di arachidi sul tavolo dalla tovaglia a scacchi, la musica country e un piatto squisito con spare ribes, baked beans e pulled pork.

  • GRAND CANYON NATIONAL PARK

Partiamo da Page dopo cena. Altre tre ore di guida in direzione Grand Canyon Village. Le strade di notte fanno abbastanza paura. E’ buio pesto e ogni tanto qualche strano animale invade la careggiata. Forse un coyote? Poi ecco apparire la neve. E’ impressionante la variabilità climatica di questa terra! Facciamo una rapida sosta pipì (perché l’ambientazione è un pò quella da tragedia horror) e quando spegniamo i fari non crediamo ai nostri occhi. Il più bel cielo stellato che abbiamo mai visto. La Via Lattea sembra essere ad un passo da noi. Qui non esiste inquinamento luminoso. E, infatti, giunti a destinazione, scopriamo un’illuminazione pubblica fievolissima, quasi assente. C’è una pace assoluta e un paio di renne allo stato brado, impegnate a brucare l’erba nella piccola rotonda davanti al nostro albergo. Il mattino seguente, imbocchiamo la Desert View Drive e finalmente solchiamo l’ingresso del Grand Canyon National Park. A primo impatto, sembra una semplice strada immersa nella vegetazione, ma quando gli arbusti si diradano, ecco comparire punti di vuoto impressionanti. Il South Rim si mostra in tutta la sua spettacolarità. Una spaccatura nella crosta terreste, generata dal fiume Colorado, lunga ben 450 km, larga 30km e profonda in media 1,5km. Questa gola, così maestosa, sembra essere stata disegnata con matita e righello e si dice che sia visibile perfino dallo spazio. Ogni scorcio meriterebbe una sosta, ma è dal Grand Point View che si ha la miglior prospettiva di sempre. Sono di quelle immagini che ti restano impressa nella mente.

  • MONUMENT VALLEY

Sulle note di musica Navajo, ci rimettiamo in marcia. Questa volta direzione Monument Valley. Dopo altre tre ore di macchina, ecco finalmente apparire le famose guglie rocciose dei film western. Lungo la strada troviamo una bancarella di una ragazza pellerossa, che realizza piccoli gioielli tribali. E’ una valle sconfinata, sospesa nel tempo. Il rettilineo senza fine, il filo spinato arrugginito e qualche cavallo selvaggio che corre nel vento. Partendo dal Visitor Center, ci addentriamo nella strada dissestata più famosa d’America. E’ bello potersi muovere in autonomia in questo scenario incontaminato. Il cielo azzurro intenso rende ancora più luminose la sabbia dorata e le rocce rossastre. I monoliti hanno tagli, forme e sfumature bizzarre. Potremmo restare ad osservane la conformazione per ore: in questo silenzio si perdono completamente le coordinate spazio-temporali. Più tardi, prima di cenare in un caratteristico diner di Kayenta, non possiamo non fare sosta al Forest Gump Point. Il sole si sta abbassando e fra non molto tramonterà dietro alle rocce. In quest’attimo di magia, ci sembra quasi di vederlo per davvero Forest, quando, dopo aver corso dal Pacifico all’Atlantico, decide proprio qui che è tempo di tornare dalla sua Jenny. Lui se ne andrà in Georgia, mentre noi, con gli occhi stanchi per le troppe ore di guida ma brillanti per tutta la bellezza scoperta, ci dirigiamo in California.


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